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8 marzo: la nostra riflessione per la giornata internazionale della donna

A cura della Redazione di Conciliazione Plurale

Un po’ di storia

Oggi è la Giornata Internazionale della Donna, il Women Day nel mondo anglosassone, impropriamente e comunemente chiamato in Italia (come scrive wikipedia) “Festa della donna”. Impropriamente, perché questa data ha poco a che fare con feste, fiori e cioccolatini: è una giornata per ricordare le disuguaglianze e le violenze subite dalle donne in ogni parte del mondo, ieri come oggi, e, insieme, per lottare contro le discriminazioni in ambito sociale, politico ed economico.

La prima ufficiale “Giornata della donna” fu celebrata il 28 febbraio 1909 negli Stati Uniti: promossa dal Partito socialista, era una manifestazione per ottenere il diritto di voto femminile, ma  anche per contrastare lo sfruttamento delle operaie in termini di basso salario e di orario di lavoro.

Molte sono state le conquiste ottenute dalle donne nel secolo trascorso, ma ancora ampio è il gap tra i sessi. Nel mondo occidentale le differenze di genere sono ancora una realtà ben radicata, in particolare in ambito lavorativo, ma non solo. Questo vale soprattutto per l’Italia, dove molteplici indicatori segnalano il divario con il resto dei paesi OCSE.

Un primo dato, forse solo simbolico (ma ben sappiamo quanto i simboli sono importanti!), riguarda questa stessa giornata: realizzata come è detto la prima volta negli Stati Uniti nel 1909, venne celebrata in alcuni Paesi Europei (Austria, Danimarca, Germania e Svizzera) nel 1911, in Russia nel 1913 e in Francia nel 1914. L’Italia registra da subito un ritardo decennale, con la celebrazione dell’8 marzo per la prima volta nel 1922.

Alcuni dati significativi

Molto è stato scritto e molto si scriverà oggi su questa giornata.

Noi, prima di indicare quali sono i nostri auspici in tema di conciliazione e pari opportunità, ci limitiamo a fornire, senza troppi commenti, alcuni dati in merito all’attuale condizione femminile in Italia.

Sono cifre e numeri citati da ricerche differenti (in fondo i link alle fonti utilizzate), in contesti e tempi differenti: l’obiettivo non è infatti quello di fornire una rigorosa analisi sociologica, ma quello di tratteggiare, per pennellate (o meglio dire dati), l’affresco – ahinoi piuttosto fosco – di una società ancora fortemente sbilanciata verso un universo prettamente maschile.

L’indagine sul Global Gender Gap promossa dal Word Economic Forum pone l’Italia, nella classifica generale del 2012, all’80° posto su 135 nazioni; è un dato addirittura in peggioramento negli anni, dal momento che il nostro Paese era posizionato al 67° posto nel 2008. Se si considera solo l’indice relativo alle pari opportunità in ambito economico, per trovare l’Italia dobbiamo scendere al 101° posto. Nella classifica relativa ai soli paesi ad alto reddito, l’Italia è in fondo alla lista, a poca distanza dagli Emirati Arabi.

Il tasso di occupazione femminile in Italia è pari al 48%: si tratta di una tra le percentuali più basse, contro una media OCSE pari al 59%.

Tra le 25-54enni madri di bambini/ragazzi coabitanti con meno di 15 anni, le donne attive nel mercato del lavoro sono il 60,6% e quelle occupate il 55,5%, valori significativamente inferiori a quelli delle altre donne di questa stessa fascia di età. Diversamente accade per gli uomini che in presenza di un figlio manifestano, al contrario, un maggior coinvolgimento nel  mercato del lavoro (il 90,6% dei padri è occupato, contro il 79,8% degli altri), a conferma del tradizionale ruolo maschile di fornitore del reddito principale della famiglia. Sempre tra le 25-54enni madri, la percentuale di occupate è pari al 58,5% per le donne con un figlio, scende al 54% per le donne con due figli e cala ulteriormente fino al 33,3% per le madri con tre o più figli. Nel 2009 si stima che del totale delle donne che hanno lasciato il lavoro dopo la nascita di un figlio (15,1%), più della metà (8,7%) sia stata costretta a farlo in seguito alla firma di “dimissioni in bianco”.

La flessibilità degli orari di lavoro svolge ancora un ruolo limitato: meno del 50% delle imprese con 10 o piú dipendenti offre flessibilità ai propri dipendenti. In ogni caso il lavoro part-time è quasi solo femminile: è un’opzione scelta dal 31% delle donne e solo dal 7% degli uomini. Anche il congedo parentale è utilizzato prevalentemente dalle donne, riguardando una madre occupata ogni due a fronte di una percentuale del 6,9% dei padri.

Il divario retributivo di genere, cioè la differenza media tra la retribuzione oraria di uomini e donne nell’UE, è ancora del 16,2%. In Italia, per fortuna, il divario è meno accentuato: la differenza salariale è infatti del 5,3%.

La scelta famiglia / lavoro porta ad una riduzione del numero dei figli: il 24% circa delle donne nate nel 1965 non ha avuto figli; in Francia, per esempio, solo il 10% delle donne nate nello stesso anno non ha figli. L’Italia spende circa 1,4% del PIL per le famiglie con bambini, mentre nell’OCSE in media si spende il 2.2%.

A livello nazionale, nonostante la forte correlazione tra copertura dei servizi per l’infanzia e tasso di fecondità sia dimostrata in innumerevoli studi empirici, i bambini che hanno potuto usufruire dei servizi per l’infanzia nella fascia di età 0-3 anni è stato solo del 13,5%, dato lontanissimo dall’obiettivo del 33% richiesto dall’Europa .

I figli non sono l’unico carico di cura in capo alle donne. In Italia le donne dedicano al lavoro non retribuito molto più tempo degli uomini (in media, più di 5 ore al giorno le donne e meno di 2 ore al giorno gli uomini): la più ampia disparità di genere nei Paesi OCSE dopo Messico, Turchia e Portogallo.

Se si considerano i ruoli e il potere nel mondo del lavoro, la situazione è ancor più negativa: le donne che lavorano, difficilmente si trovano in posizione apicale nelle organizzazioni.

In Italia il 60% dei laureati è donna, contro il 40% degli uomini. Tuttavia, nonostante questa  “superiorità” delle donne nella fase della formazione, le docenti universitarie si attestano, nel 2011, in percentuali intorno al 35%.

Considerando le aziende di maggiore dimensione in Italia (le circa 30 mila società che hanno conseguito un fatturato maggiore di 10 milioni di euro nel 2009), il 55% di esse ha CdA costituiti completamente da uomini; tra le prime 100 imprese italiane per fatturato, ben 71 non hanno nemmeno una donna nel proprio CdA, 28 hanno una presenza femminile di minoranza e solo una società ha un board costituito dallo stesso numero di uomini e di donne. Ancor più difficile è raggiungere la posizione di amministratore delegato o  comunque la carica dirigente più elevata: nelle società con un fatturato superiore a 200 milioni di euro, solo il 4% dei capi sono donne; la percentuale sale al 10% tra quelle con ricavi compresi tra 10 e 50 milioni.

Non molto meglio va in politica. Nonostante le ultime elezioni politiche abbiano eletto il Parlamento con il maggior numero di donne nella storia repubblicana, le parlamentari rappresentano meno di un terzo del totale (31%), mentre nessuna di loro figura ai vertici del proprio partito di riferimento.

I dati mostrano che ancora molto c’è da fare per affermare pienamente i diritti e le pari opportunità tra uomini e donne.

Il nostro augurio

Immagine a cura di Garra Kat

Ci auspichiamo (e speriamo, nel nostro piccolo, di contribuire con il nostro lavoro), che:

  • venga promosso un forte investimento nei servizi all’infanzia e alle famiglie;

  • aumentino gli interventi di sostegno economico alle famiglie;

  • prendano piede e si diffondano maggiormente forme di lavoro flessibili, sfruttando le potenzialità degli strumenti informatici e social, on line;

  • il welfare aziendale diventi patrimonio culturale di tutte le organizzazioni;

  • venga promosso un riequilibrio delle politiche dei tempi, sia nelle città e nei servizi, sia all’interno dei luoghi di lavoro;

  • possa diventare sempre più significativa la presenza delle donne nelle posizioni di potere e nei ruoli di responsabilità;

  • si riduca il numero delle donne costrette a scegliere tra famiglia-figli e lavoro;

  • ma soprattutto che la conciliazione smetta di essere una questione “da donne” o tutt’al più un problema privato che trasforma i membri dei nuclei familiari in acrobati in perenne e difficile equilibrio: promuovere l’uguaglianza tra uomini e donne è una questione che deve investire l’intera società, a partire da profondi cambiamenti culturali e dal ribaltamento di visioni stereotipate.

Per approfondire…

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Categorie:Eventi Punti di vista

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Redazione Conciliazione Plurale

Fanno parte della redazione di Conciliazione plurale: Daniela Gatti, Anna Omodei e Laura Papetti.

https://conciliazionefamiglialavoro.wordpress.com/

3 replies

  1. L’ha ribloggato su Mainograze ha commentato:

    Daniela, Anna e Laura* il vostro post mi fa riflettere.
    In effetti l’idea di festa non ci sta (o ci sta in un modo particolare).
    Oggi in Università nessuno ha fatto cenno alla giornata della donna.
    Ho visto solo un mazzo di mimose su una sedia.
    Dipenderà dalla riservatezza che – più di quanto non si pensi – attenua le relazioni interpersonali in ambiente accademico?
    O dal sentire qualcosa di stonato nel regalare mimose (gesto tardivo e solo semaforico)?
    O dal fatto che non è facile ragionare (senza retorica) di differenze, tenendole distinte dalle diseguaglianze, dalle prevaricazioni e dalle violenze?
    In ogni caso rilancio il vostro post per condividerlo con le persone che ho incontrato (e che incontrerò).

    A lunedì,
    Graziano

    * Daniela Gatti, Anna Omodei e Laura Papetti (colleghe delle quali sono socio in Pares) curano il blog Conciliazione Plurale (e non solo:-)

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