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Conciliazione? Cosa concilia con cosa?

Connessioni

Immagine a cura di Garra Kat

Le parole – si sa – sono importanti, in particolare quando identificano questioni sociali non secondarie per la vita di molte persone. E sono ancora più importanti quando sono unanimemente impiegate in forma di etichette (auto)evidenti. Bene, quando accade è la volta buona che passano idee indiscutibili, proprio in situazioni nelle quali discussione e confronto dovrebbero essere di casa.

Cosa concilia con cosa?

Ci sono espressioni che mi sembrano imprecise (comode, brevi, veloci… ma imprecise).

Conciliazione tra vita e lavoro Viene da obiettare anche il lavoro fa parte della vita. L’espressione poi implica che il lavoro non è vita (a me pare che non sia così).
Conciliazione tra tempo di vita e tempo di lavoro La formula, a parte contrapporre lavoro a vita, introduce (forse) l’idea che siano i tempi a non trovare aggiustamenti sostenibili (sono solo i tempi che non si armonizzano?)
Conciliazione fra lavoro e famiglia Questa mi pare un’espressione migliore, se non fosse che si tratta di precisare il senso di famiglia (e qui si potrebbe discutere). L’espressione ha un aspetto interessante: implica che si possa ricercare la conciliazione tra il lavoro (di chi?) e la famiglia (e non solo la donna!). Ma il punto vero – per me – è che si tratta di conciliare il lavoro con molte altre attività.
Conciliazione tra tempo di lavoro e tempo personale Questa soluzione non mi dispiace, ma ha lo svantaggio di implicare una visione ‘individuale’ della conciliazione. E ciò a causa di quel “tempo personale” (personale = del singolo al/la quale ci si riferisce).
Conciliazione tra tempi di lavoro e tempi personali Mantiene la prospettiva individualista ma almeno moltiplica gli elementi da conciliare (la sfumatura aiuta a percepire le molteplici strade percorribili?).
Conciliazione tra tempi di lavoro e tempi personali e della famiglia Ecco che – ancora una volta – nella società irriducibile a monoconformismi, trionfa il plurale. L’espressione non è orecchiabile ma si presenta come un accettabile compromesso(?).
Qualche altro suggerimento? Forse soluzioni diverse per le diverse situazioni?
Forse è meglio lasciar perdere?

Decidere quali sono le dimensioni esistenziali che vogliamo provare a (far) conciliare – almeno un po’, un po’ di più di quanto avviene adesso – significa introdurre il tema della responsabilità. A chi spetta il compito di lavorare per far crescere la quota di conciliazione che circola nella società?

Pensando a me

A me piacerebbe poter conciliare:

  • la dimensione famigliare (sono papà e marito, ma anche figlio, fratello e altro ancora in termini di legami parentali);
  • la dimensione sociale (abbiamo amici, anche se sull’amicizia in età adulta varrebbe la pena fare un qualche ragionamento);
  • la dimensione civico-politica (la politica è un’attività impegnativa e importante, e ci sono tanti spazi per farla);
  • la dimensione lavorativo-professionale (l’ho lasciata per ultima perché spesso mia moglie sostiene che metto il lavoro al primo posto. È possibile, qualche volta;-)

A chi tocca conciliare?

A me per cominciare.

Ma anche all’organizzazione per la quale lavoro.

Di certo uno sforzo di conciliazione lo fa la mia famiglia (a denti stretti, o tirando un sospiro di sollievo). In ogni caso senza i nonni, che aiutano a conciliare a tutto campo, non sarebbe possibile far fronte ai molteplici oggetti da sintonizzare (quindi grazie;-)

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Categorie:Punti di vista

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